Questa crisi economica costringe anche i ricchi a tirare la cinghia?

Guardiamo avanti, occorre ottimismo. Lo predicano in tanti. La vittoria di Barack Hussein Obama, neo eletto presidente degli Stati Uniti d’America, aiutera’ i mercati internazionali a ritrovare quella fiducia oggi in grave pericolo di sopravvivenza su questo pianeta? Lo speriamo vivamente. Senza fiducia, si sa, l’economia cessa di esistere come il cuore che cessa di battere in un corpo morente.

Stiamo vivendo l’infarto della finanza internazionale! Ma come spiegare ai propri cittadini che stanno vivendo al di sopra delle proprie possibilita’? Che bisogna tutti, anche i ricchi, fare un passo indietro? Che l’etica della persona deve essere formulata in termini matematici per affemare in economia la supremazia del bisogno individuale dell’esistenza, sull’interesse egoistico di pochi e sul consumo indiscriminato e selvaggio? E, cioe’, che occorre superare quell’interesse “vizioso” non piu’ “virtuoso”, perche’ non in grado di creare ricchezza reale per tutti ma solo diseguaglianza neoclassista e guerre. Arduo compito che non e’ esattamente popolare, neppure sotto l’egida e l’imprimatur di padri della Patria di un glorioso passato remoto. Per questo e’ utile leggere un libro appena tradotto da Chiarelettere, Il giorno in cui la Francia e’ fallita (e l’Italia?), a firma di un ex-ispettore delle finanze francese, Philippe Jaffré, e di un giornalista esperto di economia internazionale, Philippe Riés.

Tutto comincia nel 2012. Dopo aver scardinato il patto di stabilita’ nel 2003 con la complicita’ della Germania, la Francia ha iniziato a far lievitare il proprio debito, cresciuto fino al 180 per cento del Pil. Ma non puo’ durare all’infinito. E infatti nel luglio del 2012, l’agenzia di rating Standard&Poor’s emette la sentenza: la Francia non e’ in grado di far fronte ai propri impegni, i suoi debiti sono a rischio e non devono essere classificati con la tripla A dei titoli di stato, ma con il giudizio Bbb – dei bond spazzatura.

E’ l’apocalisse finanziaria, di cui oggi stiamo vivendo semplicemente l’inizio, perché prima o poi toccherà alle carte di credito! Philippe Jaffré e Riès dedicano trecento pagine a immaginare tutte le conseguenze di quello che è, a tutti gli effetti, un default dello stato. La bancarotta. Nessuno vuole più tenere in portafoglio gli Oat, i Bot francesi, tutti cercano di vendere. Ma non si trovano compratori, il mercato non c’è perché è finita la fiducia. I titoli francesi sono carta straccia.

La valanga scatenata da debiti inesigibili (come è stato per i mutui subprime americani!) travolge tutto: i libretti di risparmio dei cittadini francesi che hanno prestato soldi allo stato vengono congelati, le banche crollano in borsa, quelle più esposte verso il Tesoro rischiano il crack, il governo non puo’ piu’ emettere nuovi titoli di stato perché le aste di collocamento andrebbero deserte e così non riesce a trovare i soldi per rimborsare i prestiti in scadenza e per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici.

Ma non è finita, perché la crisi diventa subito politica, fino alle estreme conseguenze ed all’attacco terroristico finale. Uscire o no dall’euro? La tentazione di tornare a stampare i franchi e affidare all’inflazione il compito di ridurre il debito è forte, ma sarebbe un suicidio. La Francia dovrebbe comunque rimborsare i creditori in euro e con l’inevitabile svalutazione che seguirebbe all’uscita dalla moneta unica sarebbe impossibile sopravvivere. Ma il paese guidato da Nicolas Sarkozy è “too big to fail”, troppo grande per fallire, come scrivono i libri di economia. Il resto del sistema finanziario non può convivere con una Francia nel caos. Intervengono la Bce e la Fed, iniettano liquidità e si fanno garanti della solvibilità del paese rispetto ai nuovi creditori, gli altri stati europei che prestano soldi per uscire dalla crisi, poi l’Fmi che impone all’ex-impero le sue ricette ultraliberiste quasi fosse un’Argentina qualsiasi. Tutto viene privatizzato, lo stato licenzia metà della pubblica amministrazione. Il welfare state non esiste più. Le elezioni vengono sospese, i partiti estremisti guadagnano consensi…Solo fanta-finanza? Ci pensa la prefazione di Francesco Giavazzi a ricordare che nel 1992 in Italia siamo stati vicinissimi dal fare la stessa fine. Ricordate il famoso “prelievo” del governo Amato dai conti correnti? Eravamo sull’orlo della bancarotta. E da allora non abbiamo imparato molto.

Che succede? Come si spiega il collasso del sistema finanziario francese? Le obbligazioni dello Stato – cioè il debito pubblico – sono state classificate “junk bonds”, ossia spazzatura, da una società americana di valutazione finanziaria. Gli autori, grandi conoscitori dei meccanismi che governano il mondo politico e finanziario, raccontano la drammatica vicenda di un paese finito in bancarotta pur essendo la settima potenza industriale del mondo, a seguito di una serie di decisioni politico-economiche errate. Incontriamo nel susseguirsi della vicenda, fra gli altri, gli stessi protagonisti della scena politica transalpina, Nicolas Sarkozy (attuale Presidente di Francia) insieme a Ségolène Royal e François Bayrou che nel 2006 erano i candidati principali della corsa all’Eliseo.

E con loro altri notissimi personaggi del mondo politico, della finanza internazionale, del giornalismo e dello spettacolo. Una vicenda solo in apparenza di fantapolitica, una significativa lezione per tutti quei paesi, come l’Italia, con un indebitamento pubblico sempre meno controllabile e un’incapacità manifesta a confrontarsi con problematiche imposte da un mondo sempre più globalizzato e interdipendente. Sembra uno scherzo ma nel 2007 “Standard & Poors” promuove i conti dell’Italia. Si dice addirittura impressionata da essi. Naturalmente se ne rallegrarono solo in pochi mentre Dini, la sinistra di lotta e di governo per non parlare dell’opposizione e dell’italiano medio non fecero nemmeno caso alla notizia e continuarono a pensare tutto il male possibile del governo in carica. Ma leggendo il libro di Jaffré e Riès Philippe, la fantascienza supera la realtà pur nella finzione del libro. Sono anni di finanza allegra, con deficit regolarmente oltre il 4%, debito in esplosione e nessun intervento strutturale sulle finanze pubbliche. Nel 2012 vince invece Sarkozy. Ma è troppo tardi. Basta che S&P operi un downgrade della sua valutazione del debito francese per innescare un domino inarrestabile che fa cadere molte certezze e ricchezze dei francesi, una reazione a catena della quale ancora non ho visto l’ultimo anello (sono più o meno a metà libro).

Il primo anello però – quello che descrive i primi passaggi, è descritto bene qui: bancomat fuori servizio, banche inagibili, conti correnti congelati, prelevamenti sospesi, assalti ai supermercati, tumulti, incendi, forze dell’ordine mobilitate. All’estero: turisti francesi con carte di credito respinte e nell’impossibilità di pagare alberghi, ristoranti e negozi, famiglie bloccate senza prospettiva immediata di ritorno. Il libro è avvincente. Rende la noiosa finanza pubblica un vero thriller e riesce magistralmente a raccontare come i movimenti nelle stanze dei bottoni dell’alta finanza hanno delle implicazioni pervasive nei piccoli gesti della quotidianità dei francesi con effetti devastanti. E’ tutto verosimile. Può davvero accadere. Al di là dei riferimenti alla politica francese che sono liberamente discutibili, emerge incontrovertibile l’idea che il primo obiettivo di qualsiasi governo responsabile è quello di tenere i conti a posto, perchè non farlo espone al rischio di tutto quello che accade nel libro. E dunque veniamo a noi. Bene ha scritto Francesco Natale. “Stiamo vivendo giorni difficili.

La crisi economica internazionale e il conseguente calo della produttività che ha colpito il nostro paese sono elementi che hanno compresso in maniera significativa il benessere diffuso caratteristico dell’Italia. Alle difficoltà cui già devono far fronte tanti italiani medi alla ricerca del primo impiego o intenzionati ad acquistare la prima casa oggi si aggiunge la sfiducia pesante nel sistema bancario. Non bisogna abbandonarsi al fatalismo o a nefasti ed ingiustificati allarmismi, ma la situazione attuale, come del resto hanno sottolineato anche il ministro Tremonti e il governatore Draghi, non è rosea, seppur destinata a risolversi in tempi non lunghi.

Ma, oltre all’elemento nettamente economico e politico, non possiamo dimenticare che ne esiste uno ulteriore, psicologico e più sottile, che si sta insinuando nella mente degli italiani: l’idea che la cosiddetta crisi colpisca solo la classe media del nostro paese lasciando intonsa ed intatta una casta, in verità piuttosto numerosa, di privilegiati che sembrano di fatto immuni a qualunque crisi”. La percezione di sentirsi tagliati fuori, sradicati, dei nuovi paria: sembrerebbe infatti che oggi, come da tempo non accadeva, l’elemento censitario sia ridiventato determinante nel denotare la collocazione sociale dell’individuo. “Non vogliamo qui abbandonarci a perorazioni neo-pauperiste o scagliare pietre contro la proprietà privata o i «signori», ma registrare un elemento fattuale che si è purtroppo sviluppato nel nostro paese ed ha generato nuove barriere sociali. Un elemento fattuale che dovrebbe essere attentamente valutato e preso in considerazione da parte dell’apparato politico e governativo, non solo per consolidare il consenso, ma anche perché dalla risoluzione di questo assolutamente innaturale e poco italico trend «neoclassista» passa la rinascita di un sistema-Italia sano, dinamico e competitivo, un sistema-Italia nel quale il livello medio di benessere diffuso torni ad essere il più alto in Europa (e, forse, nel mondo) e dove la sperequazione economica tra upper class e middle class sia estremamente sottile e non a livelli anglosassoni o, peggio, brasiliani”.

L’Italia patisce oggi le conseguenze di tante scelte politiche sbagliate del passato, che, già devastanti all’epoca della loro insorgenza, sono diventate letali nel loro svilupparsi: dalla tassazione selvaggia e sconsiderata del lavoro dipendente, all’assenza di una reale politica sindacale che garantisse un reale adeguamento salariale anziché mirare a costituirsi in roccaforte parapolitica, dalle bolle speculative immobiliari prima e borsisitiche poi, che hanno di fatto drogato il nostro mercato, alle deliranti politiche di pubblica spesa che, comportando sprechi di risorse enormi, hanno gettato pesanti fardelli sulle spalle degli italiani, costretti a pagare di tasca loro la megalomania clientelare di tanti ras locali e nazionali. “Tre elementi oggi dovrebbero indurre a riflettere seriamente: l’aumento significativo e odioso delle frodi alimentari, il proliferare virulento di discount e negozi «bric-a-brac» e il ricorso sempre più frequente ai banchi di pegno. Qualcosa evidentemente non funziona.

Sembrerebbe che, al contrario di quanto sempre è accaduto nel nostro bel paese, oggi determinati generi alimentari, determinati capi di abbigliamento e determinati generi voluttuari siano appannaggio esclusivo di una neanche troppo ristretta categoria di persone particolarmente privilegiate, che lasciano lo squallore di prosciutti adulterati e vestiti dozzinali alla maggioranza, la quale, fino a ieri, godeva quasi degli stessi «privilegi» (che quindi privilegi non erano). Non si tratta di un fenomeno da sottovalutare, poiché è potenzialmente in grado di sviluppare tensioni sociali di non poco momento, dalle conseguenze poco prevedibili”. Dunque, non cerchiamo scuse o imprimatur, ma semplicemente lavoriamo tutti insieme per il bene comune, mettendo da parte egoismi e vizi che non sono più in grado di generare fiducia ai mercati, lavoro e ricchezza. Occorre un nuovo patto internazionale, una nuova Bretton Woods in tempo di “pace mondiale”. Prima che sia troppo tardi.

di Nicola Facciolini

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8 novembre 2008 alle 8:56 pm

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