Pillole di storia – a Saluzzo (TO) l’inferno dei debitori ed il paradiso dei creditori

Di pietre “strane” con fogge particolari, che da tempo immemorabile giacciono come dimenticate nei nostri Borghi, c’è ne più di una. Alcune di queste nell’antichità rivestivano una funzione ben determinata: erano le così dette “Pietre della Berlina”.

Nel Medioevo le punizioni comminate da coloro a cui spettava il compito di amministrare la giustizia consistevano, tra le altre, di esporre al pubblico ludibrio, nei giorni di festa o di mercato, i condannati. Vale a dire, alle sanzioni economiche difficilmente esigibili si comminavano di preferenza delle pene di tipo corporale. L’effetto deterrente sul consorzio sociale era certamente garantito.

Non c’è bisogno di disturbare il paganesimo, i vari culti litici popolari e precristiani, ma è sufficiente prestare attenzione a certi modi di dire propri del nostro idioma che conservano e ci tramandano chiavi di lettura risalenti all’antichità.

Come esempio; riferendosi a una solenne romanzina si dice ancora oggi : “Ha ricevuto una lavata di capo” oppure, se ricorriamo al nostro bel dialetto, già scusandoci per il colorito paragone : “l’è andait del cul” ci porta a mente una persona finanziariamente decotta, in bancarotta e non più in grado di assolvere alle proprie obbligazioni.

Tornando alla “pietra della Berlina” ed al suo impiego è lecito pensare che un folto gruppo di popolo e di curiosi si addensava attorno ad essa ed al condannato nei momenti delle esecuzioni.

I giustizieri davano inizio alla pena irrorando abbondantemente con secchiate di acqua gelida il capo del malcapitato e legatolo con una fune, dopo averlo innalzato sulla verticale del masso, lo facevano ricadere a deretano scoperto sulla “pietra paga debiti”.

Se le colpe o i debiti erano consistenti oltre alle lavate di capo, ai tratti di corda, alle poco spontanee sedute si continuava con la frusta sino alla comparsa del sangue.

Durante tutte queste operazioni il reo doveva urlare ad alta voce in modo da essere ascoltato da tutti: “Cedo Bonis” ossia: “Rinuncio ai miei beni”.

Per meglio identificare i cattivi pagatori recidivi si marchiava inoltre, con un ferro rovente, anche la fronte del condannato che per giunta non avrebbe mai più potuto indossare la cintura per sorreggersi i pantaloni, di qui il modo di dire “a le stait cun le braie si garet”.

Certamente la più famosa delle pietre “paga debit”, del cuneese è quella ben visibile alla base del campanile della chiesa Parrocchiale di Vinadio in Valle Stura, famosa è anche quella di Candelo (Biella) e altre nella Valle Susa.

Anche a Venasca, crocevia della Valle Varaita, potrebbe essercene una che giace dimenticata in prossimità del palazzotto che sorge attiguo all’antico “Ristorante del Gallo” e precisamente sotto il porticato del fabbricato conosciuto come Casa della Torre.

Sarebbe allocata in un luogo adatto, vicino alla Parrocchiale, d’innanzi all’ala mercatale e certamente in una zona da sempre molto frequentata. Chissà se questa ipotesi potrà essere supportata da qualche altro curioso indizio?

di Sergio Maffioli

da il Corriere di Saluzzo

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