Le radici della crisi – l’economia dei debiti
Tutto il mondo si chiede quale possa essere il fondo delle quotazioni azionarie e quale possa essere il costo che, in termini di recessione, l’economia reale, l’economia del lavoro e della produzione di beni e servizi, debba pagare prima di ritrovare un suo equilibrio e riprendere il cammino verso lo sviluppo ed il progresso. Domande senza risposte, ovviamente, ma la cui ricerca spiega quel che sta accadendo nelle Borse e nei sistemi economici. Per anni, per molti anni, la crescita dell’economia mondiale è stata drogata.
L’economia capitalista ha una fisiologia che impone una alternanza di cicli favorevoli e cicli di bassa congiuntura: i primi sono caratterizzati da fervore di investimenti e innovazioni; i secondi servono per mettere alla prova le iniziative prese, espellere quelle più deboli e meno produttive e fare così spazio ad altre che caratterizzeranno un nuovo e solido ciclo espansivo. Così il mondo va, o dovrebbe andare, avanti.
Ma i periodi di vacche magre piacciono sempre meno al punto che, nel tempo della pervasività dei media, sono diventati insopportabili: la politica, ma non solo, li considera una sconfitta della presunta capacità di governare l’economia per assicurare lavoro, profitti, benessere. Al punto che, come si diceva, si ricorre a vari tipi di droghe. La droga somministrata all’economia americana – ed attraverso di essa al mondo intero – è stata quella della offerta di denaro abbondante ed a basso, bassissimo costo.
In questo modo, quando il reddito disponibile aveva esaurito la sua capacità di sostenere la crescita, è stato incentivato in ogni modo l’indebitamento: non solo con elevata liquidità e bassi tassi, ma anche consentendo a banche e società finanziarie di cedere, con le cartolarizzazioni ed i titoli derivati, i rischi che si assumevano prestando denaro anche a chi non aveva la possibilità di restituirli. Che questo sistema non potesse reggere all’infinito lo sapevano in molti, ma si faceva affidamento sul fatto che tutti ci guadagnavano e, quindi, nessuno aveva interesse a che crollasse come un castello di carte.
Non pochi economisti, negli Usa, avevano perfino teorizzato la fine dei cicli, ed anche da noi non è mancato chi ha commentato l’aumento dell’indebitamento delle famiglie come un positivo segno di maturità finanziaria, così come non è mancato chi criticava le banche per le garanzie che chiedevano nella concessione dei prestiti. C’era, insomma, una elevata dose di irrazionalità in giro per il mondo, ma non più di quella, in fin dei conti, che induce a condurre una vita del tutto normale in California malgrado si sappia che un giorno si scatenerà, è certo, un catastrofico terremoto.
Ora il mondo sta facendo i conti con quella overdose di crescita, con quella quota di sviluppo che negli ultimi anni è stata inventata attraverso la finanza e con tutto ciò che ne consegue: banche che devono depurarsi da titoli tossici e crediti inesigibili; imprese – a cominciare dall’auto – che devono ridimensionare una capacità produttiva installata per mercati molto più ristretti di quelli che erano stati previsti; fondi comuni costretti a vendere spinti dalla ondata di riscatti; società finanziarie che devono smobilizzare impieghi per rientrare in rapporti di capitalizzazione più sicuri. Tutto questo sta avvenendo con precipitazione, con affanno, talvolta con un panico irrazionale e, dunque, facendo di ogni erba un fascio.
Con la conseguenza – normale in queste circostanze – di eccessi di sottovalutazione, ripensamenti, tentativi di resistenza, tonfi di inusitata ampiezza seguiti da rimbalzi altrettanto violenti che segnano i “sondaggi” per individuare la possibile svolta della tendenza. L’aggiustamento da compiere è epocale perché l’organismo dell’economia globalizzata è intriso da quella droga che gli è stata iniettata per anni. Tutti gli istituti di analisi economica, infatti, prevedono – come ieri l’Ocse – una recessione lunga e severa.
Occorre smaltire quello sviluppo virtuale che gli eccessi degli ultimi anni hanno creato e che ora è svanito. I governi, molto correttamente, hanno disinnescato la reazione a catena delle crisi bancarie e, quindi, neutralizzato il rischio potenziale più acuto. Ora si tratta di attivare sistemi di protezione di quanti rischiano di perdere il lavoro per crisi aziendali in modo che i sistemi economici, anche quello italiano, possano depurarsi senza costi sociali di imprese che, ad evidenza, hanno fatto scelte strategiche sbagliate. Solo così tutta l’economia occidentale, ed in primis quella italiana, potrà uscire dalla crisi più forte e, dunque, in grado di approfittare pienamente del ciclo positivo che verrà. E quando verrà, perché o prima o poi verrà, chi ha risparmi da investire potrà recriminare per non aver approfittato della sottovalutazione che il marasma di queste settimane ha determinato per tanti, solidi e profittevoli titoli azionari.
di Alfredo Recanatesi
da Il Piccolo
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