L’azzardo non è un «vizio», ma una vera malattia difficile da diagnosticare e curare

Tolleranza, dipendenza e astinenza. Stessi sintomi della droga, ma nessuno stupefacente. È la «febbre» da gioco, così diffusa da essere diventata in pochi anni oggetto di studio in psicologia e psichiatria. Tutti d’accordo nel distinguere il giocatore d’azzardo dal giocatore patologico ossessivo-compulsivo.

Per quest’ultimo infatti il gioco non è un «vizio», ma una vera e propria malattia autodistruttiva, scientificamente chiamata G.A.P (gioco d’azzardo patologico). Molti sono i segnali per riconoscere questa nuova forma di dipendenza e vanno dalla continuità nell’attività di gioco, alla perdita delle relazioni importanti fino alla richiesta di prestiti esorbitanti ad amici e parenti.

Il gioco diventa un bisogno irrefrenabile cui si accompagna una forte tensione emotiva ed un’incapacità totale di elaborare un pensiero logico. Come per un ubriaco, il tempo rimane sospeso e il cervello inibito e capace di pensare solo al denaro. Diventare un giocatore patologico può dipendere da molti fattori: da quelli biologici, a quelli educativi e psicologici.

Questi ultimi connessi spesso alla presenza di tratti di personalità lussuriosa e avara di denaro, o al bisogno di riuscire a domostrare un controllo sul fato e sul caso. Sono spesso le persone con problemi depressivi a cadere nella trappola del gioco che crea un’illusoria ma appagante autostima oltre a sviluppare un senso di appartenenza nel momento di condivisione al tavolo verde.

Ma si sa, arrivare all’eccesso porta ad eccessive conseguenze. Nei malati di G.A.P. infatti, si sviluppano una serie di patologie croniche che vanno dai più «semplici» disturbi dell’umore, a deficit di attenzione e iperattività fino al suicidio. Guarire dalla dipendenza da gioco è difficile e per intervenire è necessaria la presa di coscienza del giocatore, proprio come il tossicodipendente.

Quella presa di coscienza che lo spinge a chiedere aiuto e a ricorrere a terapie farmacologiche e di gruppo con la partecipazione dei familiari. Sono diverse le associazioni attive in questo senso tra cui la «Giocatori anonimi», l’«Alea» e la «Mirimettoingioco».

Per resistere alla tentazione intanto si potrebbe tenere a mente quello che sul gioco diceva Einstein, ovvero che «non puoi battere un tavolo da roulette, a meno che non rubi i soldi da questo». Parola di scienziato!

di Alessandra Farias

da Il Tempo

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4 settembre 2008 alle 11:21 am

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