In Europa lo spettro della deflazione

Inflazione a zero nell’Eurozona. In base ai dati diffusi oggi da Eurostat, l’indice dei prezzi al consumo dei sedici paesi dell’area euro a maggio è rimasto fermo rispetto allo stesso mese di un anno fa rispetto al +0,6 per cento di aprile. Si tratta del livello più basso da quando è iniziata la rilevazione, nel 1996, un dato inferiore a tutte le previsioni degli analisti che si attendevano un +0,2 per cento tendenziale.
Dopo il record del 4,0 per cento toccato lo scorso giugno e lo scorso luglio, l’inflazione dell’Eurozona ha iniziato una picchiata legata all’aggravarsi della crisi e alla caduta delle quotazioni petrolifere. Dunque lo spettro della deflazione comincia ad aggirarsi in Europa.
La deflazione è molto più di una semplice recessione, non si esaurisce affatto in un arretramento della crescita economica. Le recessioni sono relativamente frequenti (l’ultima in America avvenne nel 2001), sono un male curabile e ben noto alle autorità di politica economica.
La deflazione invece è un fenomeno difficile da capire finché non ci si è in mezzo: e allora è troppo tardi. Gli anni Trenta sono l’unico caso precedente di una deflazione globale nell’èra moderna.
La deflazione non è soltanto dis-inflazione, cioè il contrario del rincaro del costo della vita. Una disinflazione è ben vista dai consumatori perché aumenta il loro potere d’acquisto (anche se il consumatore italiano spesso è l’ultimo a beneficiarne perché monopoli, intermediari e corporazioni parassitarie sequestrano il vantaggio).
Secondo gli economisti, invece, la deflazione è distruttiva. Se stentiamo a capirne la portata reale – essi argomentano – è proprio perché abbiamo tendenza a concentrare l’attenzione sui prezzi al consumo, le vendite al dettaglio, le etichette del supermercato, le bollette della luce e del telefono, il costo di un’automobile o di un computer.
Ma, aggiungono i signori dell’economia, “ci sono altri prezzi che sono ancora più influenti per determinare lo stato di salute dell’economia. Noi consumiamo solo una piccola parte della nostra ricchezza. La spesa annua che dedichiamo ai consumi è una frazione del nostro patrimonio: quest’ultimo include la nostra casa, la liquidità depositata in banca, i risparmi investiti in Bot o in Borsa o in fondi comuni, il Tfr, la pensione già maturata, la polizza vita.
A livello nazionale, il patrimonio accumulato dal paese – tutte le proprietà dello Stato, il capitale delle imprese, i portafogli di investimenti delle assicurazioni e delle banche – vale ben di più del flusso annuo che è misurato dal Pil, cioè il reddito prodotto in dodici mesi.
Ecco perché bisogna prestare attenzione ai prezzi non solo dei beni di consumo, ma anche dei beni capitali. Se si abbassano sensibilmente i valori di questi patrimoni – case, titoli – noi diventiamo tutti più poveri. E ci comportiamo di conseguenza”.
Ma, chi non ha casa, chi non ha lavoro, chi non ha liquidità depositata in banca, chi non ha i risparmi investiti in Bot o in Borsa o in fondi comuni, il Tfr, la pensione maturata e la polizza vita non può che augurarsi una formidabile deflazione.
Allora precari, affittuari (ma anche proprietari della casa in cui si abita) debitori, correntisti con conto in rosso, giovani senza futuro, senza Tfr e senza pensione, gente che non arriva alla terza settimana, adesso sapete per cosa dovete tifare.
Almeno con la deflazione potremo sempre permetterci un piatto di spaghetti al sugo o “ajo e ojo”. Senza deflazione (e con l’inflazione) neanche più quelli ci saranno concessi …
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