Il mondo drogato della vita a credito – la prossima crisi finanziaria, se Wall Street sopravviverà a questa
Un quotidiano britannico ha pubblicato la storia di un cinquantunenne che ha accumulato un debito di 58mila sterline su 14 carte di credito e finanziamenti vari. Con l’impennata dei costi del carburante, dell’elettricità e del gas non riusciva più a pagare gli interessi.
Deplorando, col senno di poi, la sconsideratezza che lo ha gettato in questa situazione spiacevole se la prendeva con chi gli aveva prestato il denaro: parte della colpa è anche loro, diceva, perché rendono terribilmente facile indebitarsi. In un altro articolo pubblicato lo stesso giorno, una coppia spiegava di aver dovuto drasticamente ridurre il bilancio familiare, ma esprimeva anche preoccupazione per la figlia, una ragazza giovane già pesantemente indebitata. Ogni volta che esaurisce il plafond della carta di credito subito le viene offerto in prestito altro denaro. A giudizio dei genitori le banche che incoraggiano i giovani a prendere prestiti per acquistare, e poi altri prestiti per pagare gli interessi, sono corresponsabili delle sventure della figlia.
C’era un vecchio aneddoto su due agenti di commercio che giravano l’Africa per conto dei rispettivi calzaturifici. Il primo inviò in ditta questo messaggio: inutile spedire scarpe , qui tutti vanno scalzi. Il secondo scrisse: richiedo spedizione immediata di due milioni di paia di scarpe, tutti qui vanno scalzi. La storiella mirava ad esaltare l’intuito imprenditoriale aggressivo, criticando la filosofia prevalente all’epoca secondo cui il commercio rispondeva ai bisogni esistenti e l’offerta seguiva l’andamento della domanda. Nel giro di qualche decennio la filosofia imprenditoriale si è completamente capovolta. Gli agenti di commercio che la pensano come il primo rappresentante sono rarissimi, se ancora esistono. La filosofia imprenditoriale vigente ribadisce che il commercio ha l’obiettivo di impedire che si soddisfino i bisogni, deve creare altri bisogni che esigano di essere soddisfatti e identifica il compito dell’offerta col creare domanda. Questa tesi si applica a qualsiasi prodotto, venga esso dalle fabbriche o dalle società finanziarie. La suddetta filosofia imprenditoriale si applica anche ai prestiti: l’offerta di un prestito deve creare e ingigantire il bisogno di indebitarsi.
L’introduzione delle carte di credito è stata un segno premonitore. Le carte di credito erano state lanciate sul mercato con uno slogan rivelatore e straordinariamente seducente: “Perché aspettare per avere quello che vuoi?”. Desideri una cosa ma non hai guadagnato abbastanza per pagarla? Beh, ai vecchi tempi, ora fortunatamente andati, si doveva procrastinare l’appagamento dei propri desideri: stringere la cinghia, negarsi altri diletti, essere prudenti e parchi nelle spese e depositare il denaro così racimolato su un libretto di risparmio nella speranza di riuscire, con la cura e la pazienza necessarie, ad accumularne abbastanza per poter realizzare i propri sogni. Grazie a Dio e al buon cuore delle banche non è più così! Con la carta di credito si può invertire l’ordine: prendi subito, paghi dopo. La carta di credito rende liberi di appagare i desideri a propria discrezione: avere le cose nel momento in cui le vuoi, non quando te le sei guadagnate e te le puoi permettere.
Questa era la promessa, ma sotto c’era anche una nota in caratteri minuscoli, difficile da decifrare anche se facile da intuire in un momento di riflessione: quel perenne “dopo” ad un certo punto si trasformerà in “subito” e bisognerà ripagare il prestito. Il pagamento dei prestiti contratti per non aspettare e soddisfare subito i vecchi desideri, renderà difficilissimo soddisfarne di nuovi… Non pensare al “dopo”, significò , come sempre, guai in vista. Si può smettere di pensare al futuro solo a proprio rischio e pericolo. Sicuramente il conto sarà salato. Più presto che tardi arriva la consapevolezza che allo sgradevole differimento dell’appagamento si è sostituito un breve differimento della vera terribile punizione per l’essere stati precipitosi. Ci si può togliere uno sfizio quando si vuole, ma anticipare il diletto non lo renderà più abbordabile… In ultima analisi, sarà differita solo la presa di coscienza della triste realtà.
Per quanto nociva e dolorosa, questa non è l’unica nota in caratteri minuscoli sotto la promessa del “prendi subito, paga dopo”. Per evitare di limitare ad un solo prestatore il profitto derivante dalle carte di credito e dai prestiti facili, il debito contratto doveva essere (e così è stato) trasformato in un bene che procuri profitto permanente. Non riesci a ripagare il tuo debito? Non preoccuparti: a differenza degli avidi prestatori di denaro vecchio stile, ansiosi di veder ripagate le somme prestate entro termini ben precisi e non differibili, noi prestatori di denaro moderni e disponibili non ti chiediamo indietro i nostri soldi, bensì ci offriamo di prestartene altri per pagare il vecchio debito e avere un po’ di disponibilità (cioè di debito) in più per toglierti nuovi sfizi. Siamo le banche che dicono “sì”, le banche disponibili, le banche col sorriso, come diceva una delle pubblicità più geniali.
Quello che nessuno spot diceva apertamente, lasciando la verità ai cupi presagi del debitore, era che le banche prestatrici in realtà non volevano che i debitori pagassero i debiti. Se lo avessero fatto entro i termini non sarebbero stati più in debito, ma sono proprio i loro debiti (il relativo interesse mensile) che i moderni, disponibili (e geniali) prestatori di denaro hanno deciso, con successo, di riciclare come fonte prima del loro profitto costante, assicurato (e si spera garantito). I clienti che restituiscono puntualmente il denaro preso in prestito sono l’incubo dei prestatori. Le persone che si rifiutano di spendere denaro che non abbiano già guadagnato e si astengono dal prenderlo in prestito, non sono di alcuna utilità ai prestatori – perché sono quelli che (spinti dalla prudenza o da un senso antiquato dell’onore) si affrettano a ripagare i propri debiti alle scadenze. Una delle maggiori società di carte di credito presenti in Gran Bretagna ha suscitato pubbliche proteste (che certo avranno vita breve) nel momento in cui ha scoperto il suo gioco rifiutando il rinnovo delle carte ai clienti che pagavano ogni mese il loro intero debito, senza quindi incorrere in sanzioni finanziarie.
L’odierna stretta creditizia non è risultato del fallimento delle banche. Al contrario, è il frutto del tutto prevedibile, anche se nel complesso inatteso, del loro straordinario successo: successo nel trasformare una enorme maggioranza di uomini e donne, vecchi e giovani, in una genìa di debitori. Perenni debitori, perché si è fatto sì che lo status di debitore si auto-perpetui e si continuino a offrire nuovi debiti come unico modo realistico per salvarsi da quelli già contratti. Entrare in questa condizione, ultimamente, è diventato facile quanto mai prima nella storia dell’uomo: uscirne non è mai stato così difficile. Tutti coloro che erano nelle condizioni di ricevere un prestito, e milioni di altri che non potevano e non dovevano essere allettati a chiederlo, sono già stati ammaliati e sedotti a indebitarsi. E proprio come la scomparsa di chi va a piedi nudi è un guaio per l’industria calzaturiera, così la scomparsa delle persone senza debiti è un disastro per l’industria dei prestiti. Quanto predetto da Rosa Luxemburg si è nuovamente avverato: comportandosi come un serpente che si mangia la coda il capitalismo è nuovamente arrivato pericolosamente vicino al suicidio involontario, riuscendo ad esaurire la scorta di nuove terre vergini da sfruttare…
Negli Usa il debito medio delle famiglie è cresciuto negli ultimi otto anni – anni di apparente prosperità senza precedenti- del 22 per cento. L’ammontare totale dei prestiti su carta di credito non pagati è cresciuto del 15%. E , cosa forse più minacciosa, il debito complessivo degli studenti universitari, la futura élite politica, economica e spirituale della nazione, è raddoppiato. L’insegnamento dell’arte di “vivere indebitati”, per sempre, è ormai inserito nei programmi scolastici nazionali… Si è arrivati a una situazione molto simile in Gran Bretagna. Il resto dei Paesi europei segue a non grande distacco. Il pianeta bancario è a corto di terre vergini avendo già sconsideratamente dedicato allo sfruttamento vaste estensioni di terreno sterile.
La reazione finora, per quanto possa apparire imponente e addirittura rivoluzionaria per come emerge dai titoli dei media e dalle dichiarazioni dei politici, è stata la solita : il tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di rendere i loro debitori nuovamente in grado di ricevere credito, così il business di prestare e prendere in prestito, dell’indebitarsi e mantenersi indebitato, potrebbe tornare alla “normalità”. Il welfare state per i ricchi (che a differenza del suo omonimo per i poveri non è mai stato messo fuori servizio) è stato riportato in vetrina dopo essere stato temporaneamente relegato nel retrobottega per evitare invidiosi paragoni. Lo Stato ha nuovamente flesso in pubblico muscoli a lungo rimasti inattivi, stavolta al fine di proseguire il gioco che rende questo esercizio ingrato ma, abominevole a dirsi, inevitabile; un gioco che stranamente non sopporta che lo Stato fletta i muscoli, ma non può sopravvivere senza.
Quello che si dimentica allegramente (e stoltamente) in quest’occasione è che l’uomo soffre a seconda di come vive. Le radici del dolore oggi lamentato, al pari delle radici di ogni male sociale, sono profondamente insite nel nostro modo di vivere: dipendono dalla nostra abitudine accuratamente coltivata e ormai profondamente radicata di ricorrere al credito al consumo ogni volta che si affronta un problema o si deve superare una difficoltà. Vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare a uno shock e a un trauma quando la disponibilità cessa. Oggi ci viene proposta una via d’uscita apparentemente semplice dallo shock che affligge sia i tossicodipendenti che gli spacciatori: riprendere (con auspicabile regolarità) la fornitura di droga.
Andare alle radici del problema non significa risolverlo all’istante. È però l’unica soluzione che possa rivelarsi adeguata all’enormità del problema e a sopravvivere alle intense, seppur relativamente brevi, sofferenze delle crisi di astinenza.
di ZYGMUNT BAUMAN
Traduzione di Emilia Benghi
da Repubblica
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Costerà 1500 miliardi di dollari la più grande crisi finanziaria di tutti i tempi. Una cifra astronomica che per qualche esperto potrebbe anche peccare in difetto. Una massa di denaro che sta paralizzando la finanza mondiale e mandando in crisi le economie. Malgrado i titoli dei giornali e il tam-tam televisivo, in Italia gli effetti della debacle finanziaria che ha costretto molti istituti a chiudere e altri a sottoporsi alle cure degli stati, devono ancora arrivare.
Si dice che gli americani siano un popolo di spendaccioni indebitati, con cinque-sei carte di credito già ”vuote” a metà mese, e gli italiani un popolo di risparmiatori con la tendenza a preferire il materasso agli hedge. I continui e verticali cali delle borse potrebbero però presentare presto al risparmiatore italiano un conto molto più salato del previsto, svelando il perché della tranquillità sfoggiata in questi giorni da politici ed economisti sulla tenuta del sistema bancario italiano. Infatti se negli Usa sono saltati importantissimi gruppi finanziari e altrettanto sta accadendo in Germania e Gran Bretagna, da noi il rischio è molto più contenuto, ma non solo per le qualità ”risparmiose” degli italiani, quanto per la tendenza del nostro sistema bancario a scaricare tutto il rischio sul cliente, salvo remunerarsi attraverso salatissime commissioni. Il caso Parmalat è l’esempio più recente, i bond argentini quello precedente e la difficoltà che incontra la rinegoziazione dei mutui, l’ultima conferma.
Servirà quindi del tempo prima che il risparmiatore italiano faccia il conto delle perdite per ora annacquate in fondi di investimenti e obbligazioni bancarie, che sfuggono al fondo di garanzia, la cui redditività dipende dalla capacità del sistema di reggere l’urto. E’ curioso come in questo momento molti dei mali italiani, tra i quali l’inefficienza del sistema creditizio, siano divenuti delle qualità. Il rischio che, passata la bufera, l’Italia possa ritrovarsi ancora una volta impreparata, non sfiora nessuno. Così come la possibilità che il contribuente risparmiatore sia costretto a pagare questa crisi due volte. La prima rimettendoci tutto o parte del denaro investito, la seconda attraverso il conseguente inasprirsi del costo della vita e delle imposte nazionali e, soprattutto locali.
Il fardello del debito pubblico che l’Italia si porta dietro, rischia di risultare pesantissimo in questa fase di crisi dei mercati finanziari. La nazionalizzazione di istituti di credito, così come accaduto stamane in Gran Bretagna, sarebbe un esercizio difficile per le esauste casse dello Stato. Ma difficili, se non impossibili, potrebbero rivelarsi per il nostro bilancio anche l’attuazione di politiche keynesiane. Il fallimento della proposta francese di ”fondo comune europeo” carica ancor più l’Italia delle proprie responsabilità e la obbliga a fare i conti con la scelta di Germania e Gran Bretagna di affrontare la crisi singolarmente. Con una Stato dalle casse vuote e un rapporto deficit/pil ormai al massimo del consentito, è quindi facile immaginare chi alla fine pagherà il conto.
Il cerchio delle responsabilità si stringe ancora di più se si considera il livello del confronto tra le forze politiche di maggioranza e opposizione che mostrano poca consapevolezza sulla gravità della crisi.