Frodi creditizie: un italiano su tre ne è stato vittima diretta o indiretta

Una ricerca, la prima del genere in Italia, commissionata da CPP Italia e CRIF indaga la consapevolezza e la capacità dei cittadini di difendersi dal fenomeno dell’acquisizione e dell’utilizzo fraudolento dei dati personali, per mettere a segno truffe in ambito creditizio e finanziario.

I cittadini italiani sono insicuri, hanno paura di subire truffe e frodi correlate all’abuso dei propri dati personali che si verificano non tanto su Internet quanto nel mondo reale contrariamente alla percezione del problema. È lo scenario tracciato da una ricerca, prima del genere in Italia, condotta da RiSSC (Centro ricerche e studi su sicurezza e criminalità) e commissionata da CPP Italia, multinazionale specializzata nella protezione delle carte di pagamento, e da CRIF, società che grazie alla gestione del principale sistema di informazioni creditizie offre ai consumatori servizi di protezione dei dati personali.

Gli italiani si dichiarano attenti e ritengono il fenomeno in continuo aumento ma le abitudini e il modo in cui gestiscono e proteggono i dati personali sono spesso superficiali e inadatti a prevenire il rischio di subire un furto di identità. A questa situazione si aggiunge l’erronea convinzione che la “minaccia” provenga principalmente da Internet come luogo dove si possono facilmente reperire e riutilizzare i dati altrui. Così pure gli intervistati, fra Milano, Roma, Padova e Napoli, ritengono largamente inadeguata l’informazione sul fenomeno del furto di identità perché troppo focalizzata sul racconto dei singoli casi di cronaca e poco attenta alla sensibilizzazione e all’educazione dei cittadini.

Il 90% degli intervistati teme di subire le frodi legate al furto di dati personali, mentre secondo il 74%, il fenomeno delle frodi d’identità è destinato ad aumentare nel prossimo futuro. L’alto tasso di vittimizzazione è uno dei fattori che sembra condizionare maggiormente il senso di insicurezza: infatti, il 38% è stato direttamente o indirettamente vittima di questo tipo di frode, avendo subito la clonazione di una carta di pagamento (54%) o avendo scoperto l’utilizzo fraudolento dei propri dati personali per acquistare beni o ottenere servizi a proprio nome.

Nonostante il 75% degli intervistati abbia cambiato le proprie abitudini a causa della diffusione delle truffe e delle frodi e si consideri “attento”, la tutela della propria identità e dei propri dati personali si concretizza ancora in comportamenti generici e poco proattivi, limitati al “non comunicare i dati se non indispensabile”, alla custodia di codici e documenti in un “posto sicuro” o allo “stare attenti” durante il prelievo al bancomat. Solo il 37% “controlla attentamente gli estratti conto” e il 30% distrugge i documenti prima di gettarli via.

Per l’86% degli intervistati, poi, la prudenza equivale soprattutto nel non fare acquisti via Internet e/o tramite altri canali di vendita a distanza, oppure farlo solo occasionalmente. Con minore apprensione e con maggiore frequenza, invece, i dati personali vengono utilizzati per compilare moduli cartacei ed effettuare registrazioni a siti web o vengono comunicati via e-mail. Di contro, però, solo il solo il 40% ha “installato sul PC programmi di protezione (antivirus, firewall..)”. Il 64% degli intervistati non usa i servizi delle banche on line (Internet banking) e, pertanto, non controlla in tempo reale le movimentazioni dei propri conti correnti e delle carte di pagamento.

Il ruolo di Internet è considerato centrale dal 65% del campione CRIF-CPP, che considera la Rete come il luogo dove è più semplice per i frodatori raccogliere dati altrui. Oltre il 50% degli intervistati ritiene, inoltre, che l’acquisto di un bene via Internet sia tra le azioni che possono essere commesse con dati rubati. Per il 55%, infine, sono i pirati informatici le persone che potrebbero appropriarsi dei dati personali altrui ed utilizzarli abusivamente. Più della metà degli intervistati pensa, inoltre, che “comprare beni via Internet” e “realizzare truffe e frodi via Internet” siano tra i primi tre comportamenti più facili da poter commettere con dati fasulli o rubati. Secondo i cittadini questi illeciti sono realizzati sfruttando soprattutto informazioni anagrafiche e bancarie, da parte di criminali di professione e di pirati informatici, per finalità meramente economiche.

L’analisi dei casi di vittimizzazione subiti dai cittadini intervistati ha permesso di rilevare un’importante contraddizione tra la percezione dei cittadini e le dinamiche del fenomeno: infatti, i risultati della ricerca evidenziano come, nella realtà, Internet sia stata determinante solo nell’8% dei casi di frode. Segno che, come confermato anche dalla casistica nazionale e internazionale, sia l’acquisizione sia l’utilizzo illecito dei dati personali avvengono prevalentemente nel mondo reale, differentemente dalla percezione comune.

La “criminalizzazione” della Rete rischia di contribuire ad alimentare la percezione, peraltro non del tutto corretta, che i reati di identità non appartengano alla sfera della quotidianità e non siano strettamente correlati alle abitudini individuali, ma che siano prevalentemente un “incidente”, causato da estranei/criminali, per obiettivi meramente economici. Da questo punto di vista, il bisogno di informazione ed educazione è assai diffuso tra i cittadini italiani, che vorrebbero ricevere un servizio diverso da parte dei mass media. Infatti, la maggioranza degli intervistati (66%) considera quantitativamente esagerata la visibilità riservata ai casi di cronaca e qualitativamente insufficienti le informazioni sul fenomeno, sui rischi e sulle possibili contromisure di tutela.

I limiti dell’attuale rappresentazione mediatica del fenomeno e la penuria di iniziative di formazione e informazione sono alcuni dei fattori alla base della conoscenza superficiale che i cittadini italiani hanno del fenomeno del furto e delle frodi di identità.

Se è vero che oltre il 90% degli intervistati ha dichiarato di aver sentito parlare o di aver letto di casi di “frodi in danno di carte di credito e bancomat” e “clonazione”, mentre il 72% conosce il “furto di identità”, di contro, la conoscenza dei casi e delle tecniche criminali più recenti (quali le “frodi creditizie”) e/o dei termini in lingua inglese è alquanto limitata. Ad esempio, solo il 30% degli intervistati sa cosa sia il “phishing” e appena il 15% è informato sul “trashing”.

I risultati della ricerca CRIF-CPP mettono in luce una situazione preoccupante in termini di vulnerabilità del contesto italiano a questo tipo di crimini che, come confermato anche dall’analisi del panorama internazionale, sono in rapida diffusione e, soprattutto, possono comportare danni consistenti, dal punto di vista economico, personale e, talvolta, anche giuridico.

Il cittadino può avere un ruolo centrale e determinante nella difesa dei propri dati personali e nella prevenzione del rischio di vittimizzazione, ma per far questo è necessaria una conoscenza più approfondita, che determini una maggiore proattività nell’utilizzo di strumenti di tutela, più o meno complessi, già oggi disponibili. Inoltre, sono necessarie una maggiore attenzione e una convergenza di intenti e di sforzi da parte di tutti i soggetti, pubblici e privati, verso i rischi determinati dalla facilità con cui è possibile ottenere e riutilizzare dati altrui, sia per motivazioni personali (vendetta, stalking…) sia per ottenere benefici economici e dall’assenza di sanzioni dissuasive e proporzionate.

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25 agosto 2008 alle 3:00 pm

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