Fine del capitalismo – adesso sono diventati tutti Keynesiani

di Alfonso Tuor – direttore del Corriere del Ticino

La rapida formazione di un consenso generale (sugli effetti benefici dei pacchetti fiscali) non è rassicurante: è dovuta alla disperazione piuttosto che ad una ragionevole previsione che la medicina funzionerà. ALERT: articolo non adatto agli ottimisti.

In un battibaleno sono diventati tutti keynesiani. Nel giro di poche settimane politici ed economisti di qua e di là dell’Atlantico sostengono a spada tratta grandi pacchetti fiscali di rilancio per uscire da quella che oramai tutti riconoscono essere la più grave crisi economica dalla Grande Depressione degli anni Trenta.

Persino il cancelliere tedesco Angela Merkel ha dichiarato questa settimana che dalla crisi non si può uscire se non creando una «montagna di debiti (pubblici, ndr)». La medesima strada è stata imboccata da Obama, che incurante di un deficit pubblico statunitense destinato quest’anno a superare i 1.200 miliardi di dollari ha proposto un pacchetto di rilancio di circa 800 miliardi di dollari.

La rapida formazione di questo consenso generale non è rassicurante: essa è dovuta alla disperazione piuttosto che ad una ragionevole previsione che la medicina funzionerà. L’unica certezza riguardo agli effetti di questi pacchetti fiscali è che offrono ai governi la possibilità di dire che si è cercato di reagire alla crisi.

Vi è un altro vantaggio: non peggiorano la situazione economica e molto probabilmente danno un sollievo temporaneo all’economia. Basti pensare che Obama con il suo pacchetto di rilancio spera di creare 3 milioni di nuovi posti di lavoro. Anche se questo obiettivo venisse centrato, non basterebbe a migliorare la situazione del mercato del lavoro americano che negli ultimi tempi sta sopprimendo più di mezzo milione di posti di lavoro ogni mese. Dunque non è affatto certo che questi piani creino le premesse per uscire veramente dalla crisi.

Anzi, è molto probabile che queste politiche falliranno, poiché non aggrediscono le cause della crisi, che sono l’accumularsi di un eccesso di debiti di famiglie ed imprese concessi da un sistema finanziario oggi in stato fallimentare. Le terapie proposte dal grande economista inglese John Maynard Keynes non possono riuscire a rilanciare l’economia se prima non si risolvono questi due problemi.

A sostegno di questa tesi basta rifarsi all’esperienza vissuta dal Giappone a partire dall’inizio degli anni Novanta, quando il crollo della borsa di Tokyo e la crisi del mercato immobiliare nipponico avevano provocato un lungo periodo di deflazione dal quale il Paese del Sol Levante non si è ancor oggi risollevato, nonostante il varo di continui pacchetti di rilancio economico e nonostante che la forte crescita del resto del mondo abbia aiutato la sua formidabile industria di esportazione.

L’improvvisa conversione alle politiche keynesiane anche da parte del settore finanziario dovrebbe invece preoccupare. I motivi sono semplici: non si può uscire da questa crisi se non attraverso la cancellazione e/o la drastica riduzione della montagna di quelli che per alcuni sono debiti e di quelli che per altri sono crediti. Questo obiettivo può essere raggiunto attraverso strade che favoriscono alcuni a scapito di altri.

È quindi una scelta eminentemente politica. Per il settore finanziario la strada migliore è l’inflazione (o ancora meglio l’iperinflazione). Quest’ultima ha la virtù taumaturgica di ridurre lo stock del debito e quindi di salvare banche che senza i continui aiuti statali sarebbero già fallite. Solo negli Stati Uniti sono già stati spesi 8.000 miliardi di dollari per far sopravvivere il sistema bancario. In Europa la cifra è solo apparentemente inferiore, poiché molti degli aiuti avvengono in forma ancor meno trasparente.

Infatti le banche cartolarizzano a ritmo crescente i crediti, trasferiscono questi titoli e gli altri titoli tossici che già detenevano a veicoli speciali di investimento (che hanno il pregio di non far più apparire queste posizioni nei bilanci della banca) e infine li danno in pegno alle banche centrali in cambio di soldi buoni per i quali oggi devono pagare tassi di poco superiori allo zero.

È il modello UBS, Confederazione e Banca Nazionale Svizzera. Queste acrobazie permettono di guadagnare tempo, ma non risolvono i problemi: non solo il vero stato di salute delle banche non migliora, ma addirittura non beneficia nemmeno di un sollievo temporaneo. Lo dimostra il fatto che sia in Europa sia negli Stati Uniti è diventato sempre più difficile accedere al credito bancario. Ciò vuol dire che il sistema non svolge nemmeno più la funzione di trasmissione degli impulsi di politica monetaria delle banche centrali.

Per questi motivi non è corretto rifarsi all’esperienza degli anni Trenta e al New Deal di Franklin Delano Roosevelt, che si ispirava a Keynes. Il modo di funzionare attuale dei mercati finanziari assomiglia a quello di un’economia di guerra, in cui le banche centrali finanziano il settore finanziario e presto anche il debito pubblico, destinato ad esplodere per il crollo delle entrate fiscali, per l’aumento delle spese sociali e per il costo dei pacchetti di rilancio.

Ma l’economia di guerra funziona in tempo di guerra, non in tempo di pace. Infatti, la guerra crea una grande domanda di prodotti (carri armati, aerei, armi diverse) che fa crescere l’attività industriale e fa girare l’economia. Oggi invece la maggior parte dell’enorme quantità di soldi viene usata per procrastinare la dichiarazione di fallimento del sistema finanziario. Ciò non crea alcuna domanda aggiuntiva di beni e servizi, sottrae mezzi all’economia reale e addirittura non basta nemmeno a risanare lo stesso sistema bancario.

Per risolvere la crisi del sistema bancario e dell’eccesso di debiti non vi sono molte vie. Una è l’iperinflazione, che permetterebbe all’attuale oligarchia finanziaria di limitare i danni e di poter sperare non solo di rimanere in sella, ma di prosperare. Una seconda via è quella che si sta seguendo finora: si tratta di una versione aggiornata e corretta dell’esperienza giapponese.

Essa consiste in continui aiuti al sistema bancario e in un graduale trasferimento allo Stato delle perdite accumulate dalle banche. Se si continuerà a seguire questa politica, la crisi durerà molto a lungo. La via largamente preferibile è invece la dichiarazione di fallimento del sistema finanziario con la creazione ex novo di banche chiamate a usare il risparmio per finanziare le attività produttive. In pratica si tratta di rovesciare le politiche degli ultimi anni, di abbandonare l’economia della carta straccia e ritornare a privilegiare l’economia produttiva, restituendo al sistema bancario il suo ruolo di servizio alle imprese e ai cittadini.

Ma su questo obiettivo non vi è ancora consenso. Per questo motivo deve preoccupare l’improvvisa conversione alle politiche keynesiane del mondo politico: si tratta di uno specchietto per le allodole per evitare di affrontare la causa principale della crisi.

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12 gennaio 2009 alle 3:04 pm

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