Epicuro e la crisi dei consumi – Il ritorno alla frugalità
Nei giorni prima di Natale i negozi sembravano pieni, ma i commercianti assicurano che quest’anno il giro d’affari è significativamente diminuito rispetto al passato. Più che la quantità, a calare è stata soprattutto la qualità degli acquisti, il loro valore: la crisi ha indotto i consumatori a farsi più guardinghi, a spendere con maggiore oculatezza.
Da un punto di vista strettamente economico, questa reazione era prevedibile e desta giustificate preoccupazioni per il futuro: le crisi causano sempre una contrazione dei consumi ma se questi calano troppo si rimane intrappolati a lungo nella recessione. Da un punto di vista più generale, non è detto tuttavia che una riduzione (temporanea) del potere d’acquisto comporti solo effetti negativi. Essa potrebbe originare anche qualche dinamica virtuosa, ad esempio stimolando il recupero di valori quali «responsabilità» e «frugalità» nella definizione dei nostri bisogni e dei nostri modelli di consumo. Si tratta di parole che suonano oggi fuori moda e persino un po’ retoriche, soprattutto fra i più giovani. Eppure secondo i padri nobili dell’economia di mercato (Adam Smith in testa) era proprio a valori come questi che il «buon» consumatore avrebbe dovuto ispirare la propria condotta.
In un libro di qualche anno fa l’economista Robert Frank ha denunciato la «febbre del lusso» e la tendenza all’iper-consumo come inedita e temibile patologia del nuovo secolo. Un tempo riservati a piccole cerchie di élite, i cosiddetti luxury goods (un abito firmato, una vacanza ai Caraibi, una sofisticata apparecchiatura elettronica) sono oggi diventati un’opzione accessibile ad ampie fasce di popolazione. Il desiderio di questi beni tende però a provocare una vera e propria rincorsa «posizionale» fra individui e gruppi sociali: ciascuno aspira a consumare un po’ di più del suo vicino o del suo gruppo di riferimento e si sente gratificato solo se riesce a migliorare o almeno a mantenere la propria posizione relativa. Sappiamo che, soprattutto negli USA, questa escalation consumistica ha poggiato su comportamenti spesso irresponsabili dal punto di vista finanziario, grazie a carte di credito e mutui ipotecari che hanno consentito a moltissime persone di spendere al di là delle proprie reali disponibilità. La crisi in cui siamo precipitati è almeno in parte connessa anche a questi comportamenti.
Se servisse a far calare la febbre dell’iper-consumo (a cominciare da quello in deficit) il credit crunch potrebbe indurre una salutare bonifica di alcune pratiche sociali che hanno finito per provocare enormi circoli viziosi, a livello sia individuale che collettivo. Insieme al consumo «equo», il consumo responsabile è oggi al centro di un interessante dibattito fra scienziati sociali e filosofi e un libro appena uscito («Frugality. Rebalancing material and spiritual values in economic life», Peter Lang Publishing, 2008) fa bene il punto sulla discussione. Riallacciandosi alle tesi di Frank, gli autori del volume denunciano a chiare lettere gli effetti ansiogeni e i molteplici sprechi causati dalle rincorse «posizionali» che si manifestano nella sfera del consumo, peraltro esacerbate dal processo di cre scente individualizzazione e secolarizzazione culturale. La parte più interessante del volume è l’elaborazione di una vera e propria etica laica della frugalità, intesa come capacità di consumare (e più in generale vivere) in modo misurato, bilanciando fra di loro diversi valori, obiettivi e strumenti, in base a criteri di «giusta proporzione».
Il richiamo non è tanto ai precetti religiosi, quanto piuttosto agli ideali classici (greci e latini) della temperanza, della costanza e della moderazione: della frugalitas, appunto, per dirla con gli Stoici o con Cicerone. A molti liberisti sentir parlare di «virtù», di regole morali con cui imbrigliare il comportamento dei consumatori (per giunta in tempi di recessione, ove la tenuta dei consumi è condizione essenziale per far ripartire l’economia) farà senz’altro drizzare i capelli. Ma la sindrome dell’iper-consumo e i suoi molteplici paradossi sono fenomeni ormai ben documentati dalla ricerca psico-sociale. E se in tempi di crisi è sicuramente opportuno che i governi sostengano la domanda di beni e servizi, è forse altrettanto utile invitare chi li consuma a riflettere su quanto «valgono», davvero, le loro scelte. Come ricorda Luk Bouckaert (il curatore del libro sopra citato), il filosofo Epicuro sosteneva che il modo migliore per raggiungere la felicità fosse quello di semplificare bisogni e aspirazioni. E a chi voleva entrare nel suo «giardino dei piaceri» egli imponeva innanzitutto una prova di frugalità: restare fuori dal cancello per alcuni giorni, con una dieta di pane ed acqua. Il 2009 si preannuncia come un anno di austerità. La lezione di Epicuro può forse aiutarci ad affrontarlo col piede giusto. Cercando di fare «di necessità virtù» e di curare la febbre dell’iper-consumo con il rimedio degli antichi: est modus in rebus
di Maurizio Ferrara
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