Costi occulti, usura e perpetuazione del debito

Albert Einstein definì la capitalizzazione composta, cioè la produzione di interessi dagli interessi, come la più grande scoperta matematica dell’umanita’. Il padre della Teoria della Relatività non poteva tuttavia immaginare a quali livelli di impiego di tale meccanismo finanziario sarebbero arrivate, già negli anni’50,le banche italiane.
Hanno trasformato una normale apertura di credito in conto corrente in una formidabile fonte di moltiplicazione dei profitti, caratterizzata da una sistematica generazione di costi per l’ignaro utente bancario, in massima parte occulti e con un accentuato andamento esponenziale in rapporto al passare del tempo.
L’espediente contabile della capitalizzazione trimestrale utilizzato dagli istituti di credito nei rapporti di conto corrente bancario si concretizza, nella realtà operativa, in software appositamente predisposti mediante i quali la banca “traveste” gli interessi da capitale. Di conseguenza nel conto corrente, il capitale riportato negli estratti conto trimestrali non e’ “puro” ma comprende una quota di interessi sempre maggiore con il trascorre del tempo, fino a giungere ad un debito costituito da soli interessi.
E’ da sottolineare che i meccanismi impiegati dalle aziende di credito per la progressiva moltiplicazione delle competenze sono due: l’anatocismo(cioe’ la capitalizzazione composta) esercitato sugli interessi e quello esercitato sulla commissione di massimo scoperto. Tali anatocismi agiscono in modo reciproco e sinergico, moltiplicando vicendevolmente e progressivamente interessi e competenze.
L’anatocismo degli interessi, infatti, moltiplica gli interessi e la commissione di massimo scoperto; l’anatocismo della commissione di massimo scoperto moltiplica se stesso e gli interessi. A ciò si aggiungano le spese e le incidenze delle valute (i cosiddetti giorni-banca) elencate dall’istituto di credito nell’estratto conto scalare inviato trimestralmente al cliente, che hanno già incrementato il”debito” dell’utente bancario: competenze sulle quali si esercita l’effetto moltiplicatore dei meccanismi appena descritti. Il risultato di questo sistema e’ di rendere esorbitante il costo del credito in maniera deliberatamente occulta e di perpetuare il “debito” del cliente, ben presto costituito – ad insaputa dello stesso – da soli interessi e spese autoriproducenti.
Ecco alcuni motivi per cui si oltrepassa la soglia usuraria prevista dalla legge 108/96. Relativamente all’applicazione della legge sull’usura nelle aule dei tribunali civili e penali italiani, alcune volte si assiste ad un’impropria e fuorviante applicazione, da parte dei periti dei giudici e/o degli istituti di credito, delle istruzioni per la rilevazione del teg (tasso effettivo globale) emanate tempo per tempo dalla Banca d’Italia. Tali professionisti, infatti, considerano le istruzioni dell’istituto centrale (costituenti mero atto amministrativo di natura normativa) come uno strumento “alternativo” per la determinazione del teg usurario rispetto all’ unico criterio legislativo imposto dall’art. 2, 1° comma, della Legge 108/96 riproducente l’art. 644, 4° comma, del Codice Penale, che così recitano: “per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all’erogazione del credito”. La diretta applicazione di tale norma non può infatti prescindere dalla inclusione nel paradigma di calcolo seguito dai periti incaricati, di tutti quegli oneri che concorrono alla formazione del costo effettivo globale del credito che l’utente bancario sostiene per l’utilizzo di una somma di denaro concessagli dall’istituto creditizio, quali: gli interessi, l’anatocismo multiplo, le valute sui versamenti e sui prelevamenti, le spese legali ed assimilate, gli interessi di mora, gli addebiti per tenuta conto, per istruzione e revisione pratiche di fido, le spese per assicurazioni e la commissione di massimo scoperto.
Come abbiamo già visto, alla fine di ogni trimestre, il compenso globale dovuto dal correntista viene capitalizzato e va ad aumentare il debito del trimestre successivo; al tempo stesso, vengono addebitati sul conto commissioni e spese. E’ evidente, pertanto, che il costo effettivo del credito in conto corrente si compone di diversi elementi e risulta notevolmente più elevato del tasso di interesse nominalmente ed apparentemente ad esso applicato dalla banca. Fattori di costo peraltro soggetti, come abbiamo visto, a processi di tipo esponenziale che non possono assolutamente trovare parziale riconoscimento in pseudo-metodologie di analisi del rapporto creditizio, chiaramente orientate ad una maliziosa interpretazione delle istruzioni della Banca d’Italia ed a una strumentale applicazione della disciplina contrattuale.
Si tratta di interessate confusioni, raramente attribuibili a scarsa competenza tecnica, che contribuiscono spesso a consolidare, nel corso dei giudizi, l’occultamento delle sostanziose e illecite remunerazioni, percepite nel corso del rapporto di conto corrente da parte delle banche, con conseguente e rilevante danno per il correntista, che oltre a non vedersi risarcito il maltolto, deve rassegnarsi anche a non poter avere la soddisfazione, morale e finanziaria, di vedersi riconosciuto il proprio status di usurato bancario.
di FRANCO GOGLIA
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